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Dopo due capitoli intensi e di attacco alla credenza popolare secondo cui l’essere umano è principalmente causa del male per motivi “caratteriali” e non situazionali è il momento della riflessione e della scoperta di ciò che può ostacolare il processo trasformativo dell’essere umano in carnefice e di quegli aspetti caratteriali che permettono ad alcuni individui di non farsi assoggettare ad autorità ingiuste. Sia nell’esperimento di Zimbardo che in quello di Milgram alcuni soggetti non si lasciarono coinvolgere dal piacere che la forza del ruolo imponeva loro. In particolar modo, in alcune varianti dell’esperimento di Milgram, quando era possibile vedere la sofferenza della vittima, il numero di obbedienti scendeva drasticamente fino a raggiungere il 30%.

La prossimità, la vicinanza fisica e psicologica, è il tema del capitolo e che, attraverso le riflessioni di Zygmunt Bauman sull’esperienza dell’incontro dell’altro come “volto” (e non come maschera) ci permette di evidenziare quell’aspetto noto a Monicelli che fece incontrare Totò e Fabrizi, ma anche Totò e Carolina in film divenuti oramai dei classici del cinema italiano. In Guardie e ladri, in particolar modo, è evidente l’elemento “vicinanza” e l’inseguimento-incontro tra due ruoli notoriamente in antitesi ma che, attraverso uno sguardo (come presentato nella copertina del film) e scambio di vedute risveglia l’essere umano riscoprendosi in tutto e per tutto simile, nonostante la differenza di ruoli, ridefinendo la categorizzazione dell’umanità secondo la più funzionale suddivisione in oppressori e degli oppressi.

Nella seconda parte del capitolo vengono analizzati quegli elementi che permettono ad un essere umano di “difendersi” psicologicamente dai conflitti che deriverebbero dalla presa di coscienza del sentirsi causa delle sofferenze altrui. Viene brevemente analizzato il concetto di disimpegno morale studiato da Albert Bandura permettendo così, al lettore, di “ben guardarsi” da certi meccanismi e di riflettere tutte le volte che inconsapevolmente le mette in atto.
Dopo aver fornito una visione generale sulle dinamiche psicologiche attivate e attivabili in un contesto determinato dal rapporto d’autorità si accompagna il lettore alla riflessione etimologica sul concetto più volte richiamato di autorità. Una sorta di “ritorno alle origini” che riporta ai quei tempi in cui l’auctoritas aveva a cuore il subalterno che intendeva far augere, far crescere al fine di fornire tutto il supporto per la crescita e l’acquisizione di competenze. Quell’auctoritas che ben presto ebbe modo di fondersi con il podestas, quel potere che, sebbene possa derivare dal carattere dell’autorità non ne rappresenta l’elemento fondante. L’analisi terminologica, quindi, permette di far prendere consapevolezza su quegli aspetti negativi che portano l’autorità a degenerare trasformandosi attraverso la forza della coercizione e/o della persuasione. È così possibile, dopo aver trattato nei capitoli precedenti sull’utilizzo dell’autorità in termini coercitivi, considerare l’altro aspetto della degenerazione dell’autorità, quello più subdolo e forse più potente denominato persuasione. Si introduce, quindi il capitolo successivo.

Toto', Carolina e...la censura

Nella storia del cinema italiano Totò e Carolina ha probabilmente il triste primato del film più tartassato dalla censura. «Hanno fatto ottantadue tagli - ricordava il principe De Curtis a un intervistatore nel 1965 -. Hanno persino voluto la soppressione del nome del mio personaggio che si presentava dicendo: Caccavallo, agente dell'Urbe». La storia dell' agente «dell'Urbe» Caccavallo Antonio che deve ricondurre a Poggio Falcone l'infelice Carolina, arrestata a Villa Borghese e decisa a togliersi la vita perché incinta di un mascalzone che l'ha piantata, non sembra certo uno di quei soggetti così anticonformisti da scatenare le ire della censura. Eppure il film fu davvero massacrato, togliendo battute e allusioni (come quella sui poveri che non hanno nemmeno la libertà di suicidarsi «perché è roba da ricchi»), «obbligando» un gruppo di manifestanti a non cantare «Bandiera rossa» ma «Di qua, di là del Piave» e sostituendo il troppo nostalgico «dell' Urbe» con «di Roma»....

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Anile, A., Totò proibito. Storia puntigliosa e grottesca dei rapporti tra il principe De Curtis e la censura, Lindau, Torino 2005.

Appena ottenuto il successo cinematografico, Totò entrò nel mirino della censura. I suoi film furono analizzati e sottoposti segretamente a tagli e modifiche, spesso pesanti. Ad Antonio de Curtis non era permesso irridere i dipendenti pubblici o battibeccare col Padreterno, sfuggire alle guardie, parodiare i celerini o ridere dell'Inferno, e nemmeno scherzare con Peppino sulla Dolce vita di Fellini. Basato su documenti inediti e confronti fiologici, questo libro racconta il lato nascosto del cinema di Totò e riporta alla luce ciò che funzionari e sottosegretari hanno tentato di cancellare per sempre, dalle scene "sconsigliate" prima delle riprese, alle battute eliminate in sala di montaggio.

Bocchiaro P., Psicologia del male, Laterza, Roma-Bari 2009.

La malvagità non è appannaggio esclusivo di individui deviati o pazzi; chiunque può infierire contro un altro essere umano, perché questi erano gli ordini o semplicemente perché ne ha avuto l'occasione. La tradizionale (e semplicistica) dicotomia tra Bene e Male è sicuramente più comoda, poiché permette un orientamento facile negli intrecci della morale e una identificazione immediata dei cattivi: "loro" sono i responsabili di crimini e violenze, i personaggi da tenere a distanza; "noi", incorruttibili, abitiamo dalle parti della moralità. Le evidenze della psicologia sociale raccontano però un'altra storia, basata su dati, numeri, evidenze sperimentali che rendono lo scarto tra "loro-cattivi" e "noi-buoni" sempre più sottile, fino ad annullarlo del tutto. Non esistono individui totalmente virtuosi, altruisti, sensibili e altri interamente disonesti, egoisti, distaccati. In quanto esseri umani siamo un po' tutto questo, anche se la ripetitività della vita ci impedisce di prenderne atto: osserviamo noi stessi e gli altri nei soliti contesti, lasciamo che siano i ruoli sociali ad interagire; l'esito comportamentale non può che essere prevedibile e coerente alle aspettative. Diventa invece impossibile pronosticare ciò che sarà di noi e degli altri quando le dinamiche situazionali si rimescolano in modo da creare condizioni nuove e impreviste.

Zamperini A., Psicologia dell’inerzia e della solidarietà, Einaudi, Torino 2001.

«Questa era la cosa che avrei voluto capire dopo la guerra. Nient'altro. Come un essere umano può rimanere indifferente. Capivo i carnefici e le vittime. Ma gli altri, quelli che furono semplicemente degli spettatori, mi erano incomprensibili». Cosí Elie Wiesel, testimone della Shoah, riassume uno degli interrogativi centrali sollevati dalle atrocità collettive. La diffusa e rassicurante personalizzazione dell'inerzia e della solidarietà enfatizza il ruolo di singoli individui e dei loro valori morali. Si perde cosí il senso del contesto e quindi la possibilità di comprendere in modo adeguato il comportamento umano in situazioni estreme. Al centro dell'analisi di Zamperini, che ripercorre tutta la letteratura scientifica sull'argomento, non vi è lo spettatore inerte, con il suo alone negativo, né il soccorritore illuminato dalle sue virtú, bensí l'ambiente psico-sociale che caratterizza le atrocità collettive. Sottolineando l'importante ruolo svolto dagli spettatori attivi e passivi, questo libro rappresenta un'autentica novità editoriale rispetto a un tema da tempo al centro del dibattito della psicologia sociale, e non affida gli eventi esaminati a una logica da museo ma li consegna a un'attualità dove la coesistenza fra etnie e popoli è prioritaria nell'agenda della società contemporanea. La formazione del futuro cittadino non può essere limitata alla retorica della convivenza, ma deve riuscire a capire i processi psicologici che lavorano al servizio della distruttività umana, dell'inerzia e della solidarietà.

Sennett R., Autorità. Subordinazione e insubordinazione: l'ambiguo vincolo tra il forte e il debole, Bruno Mondadori, Milano 1980.

Trascurato dal dibattito internazionale e dalle scienze sociali del nostro tempo, il tema dell'autorità, e più in generale del potere come chiave di interpretazione dei legami sociali, è più che mai attuale. Questo studio, scritto trent'anni fa, risulta tuttora spiazzante, scomodo disturbante. Lungi dal fornire soluzioni definitive, "Autorità" vuole insegnare a pensare, a esercitare il proprio spirito critico senza adeguarsi al flusso lineare della comunicazione o accontentarsi di ricette preconfezionate. Attingendo a materiali storici e sociologici, testimonianze, esempi letterari ed esperienze personali, Sennett svela i legami profondi tra i processi macrosociali e l'esperienza soggettiva di ogni individuo, dando modo di comprendere anche al lettore non specialista che questi legami lo riguardano in prima persona. Rompendo il velo dell'ovvio, del senso comune, delle ideologie correnti, l'autore invita a fare nostra questa esperienza, ad appropriarcene come spazio d'azione, a incidere su ciò che accade: solo riconoscendo il vincolo di autorità saremo in grado di metterlo in discussione e di produrre un autentico cambiamento sociale attraverso un'emancipazione individuale e collettiva.

Bauman Z., Modernità e Olocausto, Il Mulino, Bologna 1992.

Sia la memoria collettiva sia la letteratura scientifica hanno tentato di eludere il significato più profondo dell'olocausto, riducendolo a un episodio della storia millenaria dell'antisemitismo o considerandolo un incidente di percorso, una barbara ma temporanea deviazione dalla via maestra della civilizzazione. A queste rassicuranti interpretazioni l'autore contrappone una spietata analisi di quanto accadde nei campi di sterminio non come una sorta di "malattia" sociale, ma come fenomeno legato alla condizione "normale" della società. Secondo Bauman l'olocausto è inestricabilmente connesso alla logica della modernità così come si è sviluppata in Occidente. La razionalizzazione e la burocratizzazione tipiche della civiltà occidentale sono state condizione necessaria del genocidio nazista: esso fu l'esito dell'incontro fra lo sconvolgimento sociale causato dalla modernizzazione, con il suo portato di angosciose insicurezze, e i poderosi strumenti di ingegneria sociale creati dalla modernità stessa. La lezione dell'olocausto va dunque appresa nella sua radicalità, specie in un mondo ancora una volta travagliato da concitate trasformazioni e rinnovati problemi di convivenza fra culture ed etnie.