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INTRODUZIONE

Caporali si nasce o si diventa? ovvero, siamo "caratterialmente" determinati fin dalla nascita o anche "brave persone" possono trasformarsi in carnefici?

Totò divise il genere umano in uomini e caporali, definendo questi ultimi tutti coloro che, abusando del proprio potere, sfruttano e infieriscono su chi quel potere non ce l'ha. Una teoria nata durante la Prima Guerra Mondiale quando Antonio De Curtis, appena diciassettenne, ebbe modo di osservare, per poi imitarli, i tanti caporali che infierivano sui loro sottoposti con piccole crudeltà solo per esaltare il proprio senso di potere. Un giorno, ritrovandosi ad imitare un suo caporale, concluse la sua performance proprio con la battuta «…allora, siamo uomini o caporali?». La reazione spontanea e unanime dei commilitoni in un misto di risa e applausi conferì a De Curtis l'autorità di grande comico decretando la nascita di quello che sarebbe stato l'attore più amato dagli italiani. Fu proprio quello il momento in cui, come ricorderà lo stesso De Curtis, nacque Totò.

La teoria di Totò, come ogni teoria che si rispetti è una teoria in evoluzione che, corroborata per certi aspetti dall'esperienza e dal confronto con la vita propria e altrui procede verso livelli sempre più alti di coerenza interna. Se è vero che Totò non riesca a fornire una risposta definitiva all'interrogativo se siamo uomini o caporali, le sue interpretazioni dimostrano l'acutezza e la sensibilità nell'individuare dinamiche e processi psicologici da far invidia a ricercatori e scienziati. Totò, in fondo, chiede allo scienziato nel film e, forse alla Scienza nella vita reale, conferme e/o revisioni alla sua teoria, su questioni che per tanto, troppo tempo sono rimaste disattese. Può l'uomo di scienza oggi dare delle risposte? Quali teorie e ricerche psicologiche possono confermare o rifiutare aspetti della teoria di Totò? Quali aspetti di tale teoria sono tuttora condivise dall'uomo della strada? Totò ebbe modo di incontrare il caporale per antonomasia, ma chi era quel caporale prima di essere reclutato? E come si comportava, dopo, nella vita civile?

Come la ricerca scientifica degli ultimi cinquant'anni ha dimostrato le probabilità che quell'uomo fosse «caratterialmente» un malvagio sono minime, anzi, molto probabilmente quel caporale, come milioni di altri esseri umani era un bravo ragazzo e lo stesso sarà stato dopo quell'esperienza, come i tanti caporali divenuti famosi soltanto per essersi ritrovati in situazioni e ruoli determinanti, dal periodo nazista fino ad arrivare al caso Frederick, quel sergente considerato il principale responsabile degli abusi dei soldati americani a danno degli irakeni nel carcere di Abu Ghraib, nel 2004.
È stato ampiamente mostrato che, prima di entrare in servizio, tanti esseri normali, brave persone, bravi studenti universitari, possano facilmente trasformarsi in efferati «caporali» - come direbbe Totò – e che, dei tanti caporali che hanno agito e continuano ad agire, soltanto una minima parte può essere considerata realmente sadica. Esiste una serie infinita di dati a conferma di tali ipotesi fondate sul presupposto che il «caporale» solitamente agisce come tale solo perché si trova immerso in una situazione, in un sistema in cui il ruolo impone di obbedire a certi comandi, a certi principi che, in casi estremi, possono portare anche brave persone a diventare cattive. Riteniamo che, per quanto si possa essere portati ad obbedire all'autorità, sia nostra responsabilità disobbedire qualora tali autorità imponessero comandi ingiusti che porterebbero ad infierire su altri esseri umani fino a causarne sofferenze fisiche e/o psicologiche o addirittura la morte. In tal senso Totò si presta come disobbediente alle autorità ingiuste, sbeffeggiando autorità e sistemi che ingiustamente hanno afflitto e continuano ad affliggere il genere umano.

Ma Totò non si limita a questo, l'attore va oltre, svelando un altro aspetto dell'autorità ingiusta, di quell'autorità subdola che manipola e impone certi comportamenti attraverso le tecniche di persuasione.
È insomma un uomo della strada, che parla, che illustra ai suoi simili come è possibile sopravvivere, agire e reagire, un Totò-disobbediente contro le autorità ingiuste, è un Totò-eroe che mostra come è possibile difendersi ed aiutare gli altri in difficoltà.

Nelle pagine di questo libro si cerca di fornire delle risposte a questioni sulla natura umana attingendo a fonti autorevoli, alle parole di grandi personaggi e studiosi che hanno studiato e continuano a studiare Totò e le tematiche da lui affrontate e rappresentate.
Il dialogo tra Totò e lo scienziato prosegue tra gli studi di Ennio Bìspuri, filosofo ed esperto cinematografico e Philip Zimbardo, psicologo sociale americano, noto per il suo esperimento di simulazione sulla vita carceraria, massimo esponente in tema di dinamiche sul rapporto d'autorità.
Sull'esistenza di una banalità del male, ovvero, su come normali esseri umani possano trasformarsi in carnefici hanno dato dimostrazione diversi esperimenti di psicologia sociale, nati dalle riflessioni su casi ed eventi storici e di cronaca. Dopo aver assistito al processo di Gerusalemme del 1961, in cui era imputato Adolf Eichmann, la giornalista Hannah Arendt ha dettagliatamente presentato il profilo di quell'uomo qualunque, la sua naturalezza e sanità mentale, un modello ideale a detta degli psichiatri, e la sorpresa degli astanti che attendevano immobili quella figura mostruosa e riprovevole. Lo scritto della Arendt ha mostrato come una persona, un essere umano sia potuto diventare un caporale e nuovamente un uomo in un contesto differente.
Proprio in quegli anni Stanley Milgram, psicologo sociale dell'Università di Yale, stava dimostrando come le forze situazionali potessero trasformare facilmente degli uomini ordinari in carnefici. Lo scienziato americano scioccò il mondo con il suo esperimento «delle scariche elettriche» dimostrando come, di fronte ad un'autorità considerata legittima, ben due persone su tre, non vedendo la propria vittima, infliggevano scariche elettriche fino a 450 V a degli sconosciuti e, cosa ancor più grave, quando le persone assistevano altri soggetti infliggere scariche elettriche fino al livello massimo, la percentuale di obbedienti raggiungeva il 90% dei casi. Sono questi i dati incredibili ricordati da Philip Zimbardo il quale, come Stanley Milgram, ha potuto confermare nel 1971, in un esperimento di carcere simulato realizzato negli scantinati dell'università di Stanford, come delle persone normali, in questo caso degli studenti universitari senza particolari inclinazioni alla violenza o patologie del carattere, si possano facilmente trasformare in efferati aguzzini. Ancora una volta uomini trasformati in caporali.
Nell'esperimento di Milgram, così come in quello di Zimbardo, è possibile osservare come gli esseri umani, posti in certe condizioni e situazioni possano far tacere la propria coscienza, assottigliando il confine tra il bene e il male, tra buoni e cattivi, tra uomini e caporali. Esistono dunque contesti in cui gli esseri umani possono essere facilmente condizionati da ciò che Zimbardo chiama l'Effetto Lucifero i quali trasformano facilmente esseri normali in perpetratori del male.

L'esperienza mostra anche che, seppur in misura minore, esistono persone che, nelle stesse situazioni in cui altri compiono il male, attivano condotte, per così dire eroiche. Se è vero che esiste una banalità del male, è pur vero che esiste una banalità del bene che suggerisce ad altri soggetti di non obbedire alle autorità ingiuste e di disobbedire e/o agire per il bene altrui. Persone normali, comuni che per una combinazione di fattori disposizionali e situazionali si trasformano in eroi. 

Con Totò è possibile riflettere sulla natura umana, sugli elementi psico-sociali che possono favorire le condotte eroiche, intese come azioni volontarie agite da persone comuni che non si aspettano un tornaconto personale e che sono disposte a rischiare anche la vita. Un Totò rivoluzionario, che reagisce ai comandi di un'autorità ingiusta, che propone strumenti per difenderci e fare di noi degli eroi, nella vita quotidiana e che sposa i principi dell'immaginario eroico promosso da Philip Zimbardo aiutandoci a trasformare ognuno di noi da spettatori ad attori della nostra vita. Un Totò che ci insegna come resistere alle influenze sociali, a non cedere alle tecniche di persuasione, a non comprare la Fontana di Trevi.

Ciò che rende grandi ed eterni gli artisti è la loro capacità di riflettere e di far riflettere sulla natura umana per far sì che il mondo diventi sempre più un posto migliore, ed è su questo leit motiv che il sottoscritto intende accompagnare il lettore verso la conoscenza delle dinamiche attraverso cui il male agisce, attraverso cui si serve di noi nelle nostre azioni quotidiane o, ancor più spesso, nelle nostre in-azioni quotidiane, affinché ognuno di noi possa diventare un eroe in attesa aspettando il momento di trasformarsi da spettatore ad attore della propria vita.

Siamo uomini o caporali?
tratto dalla prefazione al libro "Siamo uomini o caporali?"

Ho sempre diligentemente evitato di scrivere articoli, prefazioni, prolusioni, orazioni, ricordi, massime e sentenze, pensieri, meditazioni, zibaldoni, viaggi intorno alla mia camera, dialoghi, giornali intimi.
La fatica teatrale - recitare cioè ogni sera per diverse ore - ha sempre costituito, per me, un equo scotto da pagare per la mia discendenza da Adamo, e cioè da un uomo condannato al lavoro.
In questi ultimi tempi, però, vi confesso, dopo tanti anni di ozio letterario, ho derogato dalla regola impostami fin da ragazzo, e ho scritto qualche verso, che potrete leggere in questo libro.
Nella vita, basta derogare la prima volta, per derogare anche una seconda: e così ho acconsentito, me vivente, di scrivere, in collaborazione con due amici, una serie di quadri dove vengono tracciati alcuni episodi della mia vita.
Fasi, per lo più, tristi: in così violento contrasto con la mia vita di attore comico, di attore cioè impegnato a fardivertire il pubblico.Forse, in tutto ciò, si applica la legge della compensazioneche orchestra le vicende degli uomini. Un attor comico,fortunato sulle scene e sempre sorridente nella vita,costituirebbe un paradosso.A lui deve bastare la finta felicità e la falsa allegriamanifestate sulle tavole dei palcoscenici.Ma non divaghiamo.

Vi dicevo di aver deciso, dopo tante insistenza da parte di amici e di ammiratori, di erigere il mio busto nella Villa Borghese delle Lettere.
A dir tutta la verità, inizialmente, avrei voluto soltanto scrivere un breve articolo per chiarire il vero significato contenuto nella frase: "Siamo uomini o caporali?", da me pronunciata nel corso di una rappresentazione e divenuta ormai popolare in Italia.Questa frase, nata durante la mia prima giovinezza, mi è sempre servita come sistema metrico decimale per misurare la statura morale degli uomini, e mi è servita, nuovo entomologo, per classificare l'umanità in due grandi categorie.
Non si trattava di una semplice battuta, nata, magari spontaneamente, sul palcoscenico, al di fuori del copione, come mi è qualche volta accaduto. Nè, tanto meno, mi è nata annotando modi di dire di uso comune che, poi, ripeto sulla scena.
A tal riguardo debbo chiarire che alcune mie frasi e caratterizzazioni, rimaste famose, traggono la loro origine dal caso.Scusatemi se mi allontano per un momento da tema, e consentitemi di raccontarvi come sono nate alcune "battute", come ho composto alcuni "tipi". 
Sarà un'utile introduzione alla spiegazione della frase: "Siamo uomini o caporali?".

Anni addietro, mentre recitavo nella rivista L'ultimo Tarzan, in attesa del mio turno, approfittai del breve respiro concessomi per avvicinarmi lestamente alle quinte e bere un sorso di caffè.Il turno mi toccò, purtroppo, prima di quanto avessi calcolato, e, con un sorso di caffè ancora in gola, dovetti rivolgermi al mio interlocutore, pronunciando, mezzo soffocato e quindi con un'accentazione errata, "Indovina un bo'...,," invece di "Indovina un po' ... ".La frase fece subito presa sul pubblico, e molti, per diverso tempo, ripeterono con me: "indovina un bo' ..". Qui, intervenne il caso.

La maggior parte delle volte, però, seguendo la mia formula dell'umorismo teatrale presi a rifare il verso a modi di dire ormai invalsi nell'uso comune e adoperati, spesso, da molte persone con un certo tal tono di saccenteria e di prosopopea: "A prescindere ... ", "Apoteosi", "Comunque ...", ",Io sono un uomo di mondo ... ".Altre volte, mi è accaduto di pronunciare frasi formulate d'improvviso sulla scena, in risposta ad una battuta errata del mio interlocutore.
Al Teatro Nuovo di Napoli si rappresentava la rivista Messalina, parodia della vita della dissoluta Imperatrice e del suo amante Caio Silio.L'attore Antonio Schioppa invece di salutarmi con la frase latineggiante: "Ave, Caio Silio!", se ne uscì con un "Ave, caro don Silvio ... ".
Afferrai a volo la "papera", e, mantenendomi sullo stesso tono, gli risposi: "Salute, don Antò, 'a bellezza vostra! ... ".

In genere, l'umorismo, quale uso comporlo con i gesti del corpo e con la mimica facciate, nasce dalle mie osservazioni di tutti i giorni.
Più di una volta mi sono sorpreso a seguire qualche tipo bizzarro e stravagante per la via, osservandone minutamente i gesti, assimilando il suo modo di camminare, di muoversi, di gesticolare, di salutare, di attraversare la strada, di scrutare le persone, di prevenire eventuali pericoli.
Se fossi uno studioso di psicoanalisi, dovrei definire questa mia mania come "il complesso dei fratelli siamesi", allo stesso modo del "complesso di Edipo" e del "complesso del don Giovanni" di cui oggi i freudiani fanno uso e abuso.
Non appena noto un tipo che mi colpisce per alcune caratteristiche, mi sembra che un fluido mi leghi a lui, per cui... divento l'altra parte dell'individuo che osservo; mi unisco attraverso un ideale cordone ombelicale alla sua personalità, ai suoi gesti, alla sua maniera di esprimersi. Divento un suo duplicato;mi lego a lui, vivo metà della sua vita, - infine costituisco, con lui, un'ideale coppia di gemelli.

Da questa mia predisposizione all'osservazione, sono nati i tipi del "maestro di musica Mardocheo Stonatelli" e dei "bigotto che prega convulsamente" (nella farsa La camera fittata per tre), del "bigotto che segue con una candela in mano la processione" (come "bis" nei finali di molte riviste), del "miope che legge il giornale" (nella rivista Fra moglie e marito la suocera e il dito), e dell' "uomo che incontra per la prima volta una bella donna e la scruta attentamente dai piedi al viso" (nella rivista Dei due chi sarà?), dell' "uomo volitivo e abbondantemente provvisto di mascella romana" (nella rivista Quando meno te l'aspetti), del "burocrate addetto ai timbri" (nella rivista Orlando curioso).
Ho prelevato il materiale da studiare, da vivisezionare e da trasferire su un piano caricaturale, sempre e direttamente dalla realtà.E, in questo senso, potrei anch'io vantare dei meriti neorealistici...

Molti dei "tipi" da me riprodotti sulla scena li ho incontrati in qualche strada di Roma e di altre città.Vi ricorderete del "gagà", da me presentato nella rivista Quando meno te l'aspetti: del gagà che, in quel periodo, infestava la via Veneto romana e che, nella scena da me recitata, invita una signora (superbamente incarnata da Anna Magnani) nella sua misera soffitta.
L'interpretazione del gagà fu una delle più felici e riuscite perché aderenti ad un tipo di giovanotto che avevo notato, alcuni mesi prima, a piazza Barberini.Si trattava di un giovanotto emerso dall'estrema periferia, avido di sensazioni e indubbiamente alla ricerca della Grande Avventura.
Calzava scarpe mal connesse ma lucidate; indossava un abito liso ma stirato; mentre una sciarpa sfrangiata di color giallo avvoltolata alla gola e un cappello serrato sotto l'ascella sinistra completavano l'abbigliamento.
Tra tanta dichiarata manifestazione di diligenza, risaltava la folta capigliatura corvina, riccamente spalmata di uno spesso strato di brillantina. La massa dei capelli si prolungava oltre il collo, sbriciolandosi in riccioli e ciuffetti che si adagiavano sul bavero della giacca.Istintivamente, come mi accadeva quando incontravo un "tipo", lo seguii.
Il gagà, giunto a metà di via Veneto, vicino al caffè Galvani, rimise in forma il cappello cacciandoselo di traverso in capo, e, con l'andatura caratteristica da me riprodotta sulla scena, si avviò verso i ben noti caffè, Rosati e Zeppa...

Quando traccio la caricatura del miope che, preso in mano un foglio, lo legge facendolo scorrere dall'alto in basso vicinissimo all'occhío destro, riproduco, sia pure con una sfumatura caricaturale, il mio vecchio e caro maestro delle elementari, che era molto miope. 
Ricordo che si accostava al mio banco, si faceva consegnare il compito e poi borbottava:"Vediamo un po' cosa hai saputo fare ... ".Avvicinava esageratamente il foglio all'occhio destro e lo scorreva nel modo caratteristico che voi conoscete.

L'immagine mi rimase impressa e, anni dopo, la trasportai di peso sul palcoscenico.
Dalla mia osservazione degli operai napoletani, che usano stivare la carne e il contorno nell'intemo di pagnotte oblunghe, è nata la macchietta del film Napoli milionaria: il personaggio da me interpretato, sedutosi in trattoria, cava fuori la pagnotta, la divide a metà ed estrae la pasta, poi la carne e il contorno. lo, naturalmente, ho esasperato un fatto reale, e ho tratto fuori anche la forchetta, la salierae il tovagliolo.Secondo me, l'umorismo è la rappresentazione filtrata attraverso la propria sensibilità, degli uomini nei loro difetti, nelle loro manchevolezza, nelle loro vanaglorie.
Cerco di cogliere l'aspetto ridicolo e lo ritraggo con la mutevolezza del mio viso e le possibilità acrobatiche del mio fisico, allo stesso modo che Onorato o De Seta, con la loro matita, tracciano, su un foglio da disegno, la caricatura di una persona, esasperandone i tratti, pur rispettando, nella sostanza, le linee del volto.
Come se avessi a mia disposizione della creta, posso formare, in pochi secondi, sul mio volto, l'espressione corrucciata del dittatore, stupefatta dello sciocco, impaurita del debole, audace e avida del dongiovanni, istericamente ghignante del gagarello vanitoso, imbronciata o civettuola del bambino, pseudomisteriosa dell'uomo che si ritiene depositario dei segreti di Pulcinella.
Interpreto gli uomini a mio modo, è vero; ma tento di riprodurre, con la maggiore fedeltà possibile, lembi di vita autentica, aspetti sentimentali, tristi e lieti, di tutti i giorni.
Anche il vestito che uso sul palcoscenico deriva, in fondo, dall'autoesame di come vestivo nel periodo corrispondente all'inizio della mia vita teatrale.Il mio corredo era composto di un solo abito per la scena che andava sempre più logorandosi, senza una sia pur remota possibilità di sostituzione.
Ebbi, da qui, l'idea di creare un "costume" che accentuasse la mia reale situazione vestiaria.Una logora bombetta, un tight troppo largo, una camicia lisa col colletto basso, una stringa di scarpe per cravatta, un paio di pantaloni "a saltafossi", comuni scarpe nere basse, un paio di calze colorate.
Così nacque l'abito di Totò.

Tra i miei modi di dire che hanno trovato la loro radice in esperienze dirette, abbiamo la frase che dà il titolo a questo volume: Siamo uomini o caporali?
Da molti anni, questa interrogazione che, spesso, pronuncio sul palcoscenico, oltre a suscitare l'ilarità, ha spinto gli spettatori a chiedersi il preciso significato che do ad essa.I più scrupolosi, anzi, mi hanno ripetutamente scritto al riguardo.
E, come era da prevedersi, tra le lettere, numerose risultano quelle dei "caporali dell'esercito", che si sono sentiti menomare dal mio interrogativo.
Le varie interpretazioni, come accade spesso in simili frangenti, sono risultate inesatte o incomplete o infondate.
In verità, la storia di questa frase trova le sue origini nella mia vita militare.
Dunque...

Ero poco più che un ragazzo, quando mi decisi ad avanzare la domanda di volontariato al Distretto militare di Napoli.Mi assegnarono al 22' reggimento di stanza a Pisa.
Poichè avevo imparato che, tra gli esercizi militari, il meno penoso e il più semplice era quello di marcare visita, divenni, modestamente, uno specialista in materia.
I miei superiori non ritennero di valutare con il mio stesso metro le continue visite all'infermeria e, appena si presentò l'occasione, mi trasferirono al CLXXXII battaglione di fanteria destinato in Francia, presso un reparto di marocchini.
Non era mia intenzione di avere a che fare con tale genìa di soldati di colore;perciò presi la determinazione di evitare con essi spiacevoli fatti personali.Durante il viaggio di trasferimento, e precisamente alla stazione di Alessandria, accusai un tale repertorio di malesseri da dover essere ricoverato d'urgenza all'ospedale militare del luogo. 
Il convoglio con gli altri soldati continuò il suo viaggio ed io, appena dimesso dall'ospedale, fui inviato all'87' reggimento di fanteria.
Però le mie peregrinazioni non dovevano considerarsi ultimate. Il destino aveva deciso di farmi fre la conoscenza diretta dei più noti reggimenti italiani. Infatti, di lì a poco, si liberarono di me, lavativo per eccellenza, e fui assegnato all'88' reggimento di stanza a Livorno.
Fu in questo glorioso reggimento che ebbi come graduato il famigerato caporale, il caporale per antonomasia, il caporale a vita, uno di quelli cioè che ti fanno odiare, per un numero imprecisato di generazioni, la vita e il regolamento militari!
Egli era stato promosso caporale per assoluta mancanza di graduati disponibili, pur essendo quasi analfabeta.

Nella vita militare, il conoscere determinati mestieri (barbiere, meccanico, autista, elettrotecnico, ecc.) presto o tardi consente di uscire dall'anonimato e di godere di un certo stato di privilegio, evitando così tutte le fatiche, le corvèes e i turni di guardia. Turni di guardia e corvèes costituiscono l'ossessione dei giovani i quali attendono con ansia fa libera uscita per godersi tranquillamente - e, se possibile, con una bella figliola, diciamo così, indigena - le poche ore di evasione dall'atmosfera della caserma.
A quei tempi mi piaceva la vita brillante del giovane di buona famiglia senza pensieri, sospiravo il suono della tromba che dava il via alla libera uscita e rendendomi simpatico ai superiori con le mie macchiette teatrali tentavo di conquistarmi l'esenzione dal servizi di guardia e di corvées che coincidono, puntualmente, con il permesso serale.
Ma... C'era un "ma" che sbarrava le mie intenzioni e i miei propositi; ed era incatnato da quello strano tipo di caporale ignorante e presuntuoso il quale, animato da un'irragionevole idiosincrasia nei confronti dei "militar soldati" , abusando del suo grado, riusciva a privarci della sospirata breve libertà.
Per quel che mi concerne, posso assicurarvi che mi riservava i servizi più umili e più bassi: la pulizia delle camerate, dei gabinetti e del cortile, la pelatura delle patate avevano in me l'abituale esecutore.
E questo non era che il principio, l'inizio.
A quel caporale tutto quello che facevo io non piaceva.
Trovava da ridire su tutto, e pretendeva di farmi rifare i servizi, anche se erano stati eseguiti con il massimo impegno e, lasciatemelo pur dire, alla perfezione.
Egli urlava le sue osservazioni, spesso inconsistenti; soprattutto urlava davanti ai superiori e agli altri militari condendole con le classiche aggettivazioni in uso sotto le armi: cretino, salame, addormentato, ecc.
La vita militare non mi si era presentata sotto un aspetto eccessivamente gradevole, dato anche il mio temperamento insofferente; tuttavia, per evitare le sue continue rappresaglie, assunsi un contegno disciplinato, eseguendo seriza discutere i suoi ordini e subendo con rassegnazione le sue osservazioni.
Questa mia tattica non ebbe un esito particolarmente felice.
Il caporale scambiò la mia passività per debolezza e, forte più del suo grado che dei regolamenti, raddoppiò ingiustamente la dose, rendendomi veramente asfissiante la vita in comune.Un'ira sorda, un rancore covato sotto la cenere della supina obbedienza;alfine, un odio accanito e morboso mi prese nei confronti di quell'uomo così sicuro nel carro armato dei suoi galloni.
Durante le punizioni che mi toccava scontare, rimuginavo in me un rancore senza fine nei confronti dei "caporali", verso coloro cioè che, muniti di un'autorità immeritata e forti di una disciplina che impone ai sottoposti l'obbedienza senza discussione, esercitano tali loro meschini poteri con un atteggiamento da piccoli Ezzelini da Romano.
Contrapponevo, ad essi, gli "uomini", le persone, cioè, che sanno adoperarela loro autorità senza abusare dei poteri loro commessi.

Per me, dare del "caporale" a qualcuno - in quel periodo - equivaleva a classificarlo nella peggiore categoria che si possa immaginare.
In caserma mi capitò spesso di dire: "Guardiamoci in faccia... Siamo uomini o caporali?".
Rientrai nella vita civile con il bagaglio della mia esperienza militare.

Cominciai allora ad applicare questo sistema di catalogare le persone, in base ai miei rapporti tenuti sotto le armi con i caporali. (Non tutti, intendiamoci, sono così. Parlo solo di quei dati caporali odiosi anche ai loro colleghi).
Abitualmente, le persone che si frequentano vengono divise in amiche o nemiche, utili o nocive, buone o cattive.
Io le divido in uomini o caporali.
Per fare un esempio: la famiglia dei miei nonni paterni che si oppose, per ragioni di nobiltà, al matrimonio di mio padre con mia madre, appartiene ai caporali.
Lo scrittore Curzio Malaparte, che per vendere il suo libro "La pelle" ha inventato fatti di sana pianta diffamando Napoli e i napoletani, deve considerarsi inquadrato nel plotone dei caporali.
Infine, a voler ricercare l'origine prima di questa mia classificazione, dovrei richiamarmi a Dante Alighieri che un metro fondamentalmente analogo adoperò nel gettare nell'Inferno i suoi nemici e avversari; e nell'elevare al Paradiso tutti coloro che amò o di cui vantò l'amicizia.
Dante che, nel canto V del Paradiso, ebbe a comporre il famoso verso: "Uomini siate e non pecore matte" che, in base alle mie considerazioni, potremmo modificare in: "Uomini siate e non dei caporali".
Non è dei migliori endecasillabi. Però il suo contenuto riscatta l'inevitabile deficienza poetica.